Riceviamo in Redazione, e riportiamo, l’articolo a firma di Marco Margrita*, pubblicato in data 25 Agosto 2026 su “www.strumentipolitici.it“.
Non c’è vera libertà civile senza libertà personale, cioè senza il rispetto e la promozione della dignità della persona umana, di cui la libertà è una componente essenziale. Questa libertà è donata e garantita, in ultima analisi, da Dio, la cui voce risuona nella coscienza di ogni essere umano. Promuovere la libertà comporta difendere gli spazi della coscienza.
E ancora: «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità».
Trascorsi alcuni giorni dalla visita di papa Leone XIV, il 22 agosto scorso, a uno dei più piccoli Stati d’Europa – San Marino, considerata la più antica Repubblica del mondo – e a quello che è ormai legittimamente considerato uno dei grandi appuntamenti culturali del continente, il Meeting per l’amicizia fra i popoli di Rimini, opera del carisma di Comunione e Liberazione che chiude domani la sua 47ª edizione, vale la pena sottrarsi per qualche momento all’emozione dell’evento e tornare alle parole pronunciate dal Pontefice. Perché, lette insieme, le due tappe romagnole restituiscono qualcosa di più di due discorsi rivolti a due pubblici differenti. Disegnano una visione.
Libertas
La prima cosa che colpisce è proprio la continuità fra San Marino e Rimini. Sul Titano Leone XIV parte dalla parola «Libertas» e la sottrae sia a una concezione puramente individualistica sia a una lettura esclusivamente politica. La libertà civile, dice, non può esistere senza libertà personale, e quella personale non può essere separata dalla dignità della persona e dal primato della coscienza. Ma subito aggiunge che «la libertà si realizza nel dono, nella comunione, nell’incontro e nel dialogo». Non dunque l’individuo contro la comunità, né la comunità contro l’individuo. La libertà cristianamente intesa è una libertà relazionale.
È un passaggio decisivo anche sul piano politico. Perché, se la libertà non coincide con l’autosufficienza e se la comunione non coincide con l’uniformità, allora una società libera non è quella nella quale tutti pensano allo stesso modo, ma quella nella quale le differenze possono esistere, incontrarsi e concorrere al bene comune. Il Papa lo dice con un’immagine biblica molto efficace: San Marino, come la Gerusalemme ricostruita da Neemia, dovrebbe rappresentare l’opposto della Babele dell’omologazione. Neemia «costruisce i legami prima ancora delle pietre» e il suo stile è «la comunione, non l’uniformità», un’armonia nella quale ciascuno assume la propria parte.
Diritto alla differenza
È qui che la libertà diventa anche, in senso sostanziale, diritto alla differenza. Non è una formula che il Papa pronuncia testualmente a San Marino, ma è una conseguenza assai chiara della sua impostazione: la differenza non è una minaccia da neutralizzare, bensì una condizione della comunione. Lo stesso tema ritorna con forza a Rimini, quando Leone XIV chiede ai giovani di «allargare i vostri legami oltre ogni appartenenza troppo ristretta» e di contrastare ciò che allontana da fratelli e sorelle «di culture, sensibilità e provenienze diverse».
Questa impostazione ha poi una precisa ricaduta sulla concezione del potere. A San Marino il Papa non si limita a celebrare la singolarità di un piccolo Stato. Ne individua una possibile funzione esemplare: «può essere un “laboratorio” di buona politica», nel quale, senza derogare alla laicità dello Stato, è possibile attingere ai principi della Dottrina sociale cattolica: bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà, solidarietà, giustizia sociale.
Laboratorio
La parola «laboratorio» è particolarmente interessante. Non indica un modello da esportare meccanicamente, ma un luogo nel quale sperimentare una diversa qualità della politica. Una politica più prossima alle persone, nella quale il potere non si concentri fino a diventare dominio, ma sia distribuito, responsabilizzato, sottoposto alla logica della sussidiarietà e orientato al bene comune.
Da questo punto di vista, il riferimento alla dimensione internazionale non è casuale. Leone XIV associa la peculiarità di San Marino alla sua vocazione diplomatica e alla sua adesione al multilateralismo, indicati come vie privilegiate per coltivare le relazioni fra le nazioni. E contrappone alle «retoriche aggressive» e alle «logiche di potenza» una diplomazia capace di dialogare anche con gli interlocutori più scomodi.
Ne emerge una concezione che possiamo definire multipolare, sebbene il Papa non utilizzi questo termine in quel passaggio: non un mondo nel quale un unico soggetto – Stato, potenza economica, organizzazione o tecnologia – pretende di determinare la direzione di tutti gli altri, ma una realtà nella quale molteplici soggetti possano concorrere, dialogare e bilanciarsi. Il multilateralismo diventa così la traduzione internazionale di una convinzione antropologica: nessuno è padrone dell’intera realtà e nessuno può pretendere di ridurre l’altro alla propria misura.
I rapporti di potere ingiusti
A Rimini questo ragionamento acquista una dimensione ancora più esplicita. Leone XIV chiede di «smascherare i rapporti di potere ingiusti», individuandoli alla radice delle diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. E invita a liberare «la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte».
È una critica radicale della cultura della potenza. Ma non è una critica antimoderna, né semplicemente anti-economica o anti-tecnologica. Il problema non sono gli strumenti in sé: è il loro assoggettamento a una logica di dominio. Per questo il Papa parla di «inversione di rotta» e chiede che proprio le organizzazioni nelle quali le persone operano diventino luoghi capaci di rendere concreta la conversione. Non una fuga dalla realtà, dunque, ma un cambiamento della realtà attraverso persone e comunità che imparino ad abitarla diversamente.
La misericordia come criterio politico
Qui si comprende anche il significato del secondo grande asse dei due discorsi: la misericordia come criterio politico. «Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni», Leone XIV oppone «il realismo della misericordia». Non si tratta di buonismo, perché il Papa non nega affatto l’esistenza del male e del peccato. Dice piuttosto che il male non può essere combattuto replicandone la logica. Per questo «non possono esistere nemici»: anche l’avversario deve essere guardato negli occhi e incontrato nella verità.
È probabilmente uno dei passaggi politicamente più forti del discorso. In un tempo nel quale la costruzione del nemico è diventata uno strumento ordinario della comunicazione politica, della propaganda e persino della mobilitazione sociale, il Papa propone un’altra grammatica. La misericordia non è il contrario della verità: è il modo nel quale la verità può essere cercata senza trasformarsi in arma. E l’incontro non è la rinuncia al giudizio, ma il rifiuto di trasformare il giudizio sull’errore in una condanna dell’altro come persona.
Un messaggio. alla Chiesa
È qui che il discorso di Rimini va probabilmente letto in una prospettiva più ampia di quella del rapporto fra Leone XIV e Comunione e Liberazione. Il Papa parla certamente al Meeting e riconosce la storia di CL, la figura di don Giussani e il valore della sua esperienza. Ma, proprio nel momento in cui riconosce che il Meeting è diventato «un crocevia per la Chiesa e per la società», colloca quell’esperienza «nella comunione più grande della Chiesa» e «a servizio di un’umanità che ha fame e sete di giustizia».
Il destinatario ultimo, dunque, è la Chiesa intera. E non soltanto la Chiesa intesa come istituzione, ma il popolo cristiano chiamato a misurarsi con la storia. Lo si vede soprattutto nella parte finale del discorso, quando il Papa passa dall’indirizzo al Meeting a una sorta di programma ecclesiale: «apritevi a una vera cattolicità», allargate i legami, uscite dalle appartenenze ristrette, andate incontro a tutti. E poi: «Amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità».
Differenze, culture, sensibilità e provenienze
Non è una parentesi ecclesiastica dentro un discorso civile. È il punto di arrivo del ragionamento. Per Leone XIV, infatti, la presenza cristiana nel mondo non può essere separata dalla forma che assume la Chiesa. Una Chiesa chiusa nella propria appartenenza non sarebbe in grado di offrire al mondo quella cultura dell’incontro che il Papa propone. Al contrario, una Chiesa realmente cattolica deve essere capace di tenere insieme differenze, culture, sensibilità e provenienze.
Per questo è particolarmente significativo il riferimenti alla sinodalità: «non è il nome di un processo, ma la natura di un popolo». E subito dopo arriva una definizione di autorità che ha una portata non soltanto ecclesiale: «l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia».
È ragionevolmente questa la chiave che consente di leggere insieme San Marino e Rimini. Dalla libertà personale alla libertà politica; dalla libertà politica alla qualità delle istituzioni; dalle istituzioni alla convivenza internazionale; dalla convivenza internazionale alla forma della Chiesa. In ogni passaggio ritorna la stessa alternativa: potere o servizio, uniformità o armonia, dominio o incontro, paura o amicizia, realismo della forza o realismo della misericordia.
La chiave di lettura della realtà
E al centro, in una visione dichiaratamente cristocentrica, c’è Cristo. Non come semplice riferimento identitario del mondo cattolico, ma come criterio di lettura della realtà. A Rimini Leone XIV non lascia dubbi: «Siamo tutti discepoli di Gesù»; l’amore è la forza capace di cambiare il mondo; «la verità si incontra solo nella libertà»; la Chiesa non cresce attraverso la conquista, ma «per attrazione». È una concezione profondamente cattolica e, proprio per questo, non settaria. Il Papa non chiede ai cattolici di costruire una fortezza culturale.
Chiede loro di diventare riconoscibili dentro la realtà attraverso una forma di vita. Non una presenza fondata sul potere, sull’influenza o sulla nostalgia di una perduta centralità, ma sulla capacità di generare legami, speranza, giustizia, educazione, cura. Così ammettere che «una certa perdita di influenza, che noi adulti abbiamo forse temuto e combattuto, doveva rivelarci che possiamo stimare di più la potenza del Vangelo» implica il liberare il cattolicesimo dalla tentazione di confondere la propria missione con la propria influenza sociale.
Leone XIV sembra dire che il futuro della Chiesa non passa necessariamente dal recupero di una posizione dominante, ma dalla riscoperta della sua universalità. Cattolico significa, prima di tutto, non ridursi a una parte. Significa essere capaci di abitare le differenze senza dissolverle, di entrare nel confronto senza paura, di cercare la verità senza trasformarla in un’arma identitaria.
Politica e Chiesa
E allora i due discorsi del 22 agosto possono essere letti come le due facce di una medesima proposta. A San Marino il Papa ha parlato alla politica: la libertà deve essere personale, la democrazia prossima, il potere distribuito e responsabilizzato, la politica orientata alla cura dell’umano. A Rimini ha parlato alla Chiesa: la fede deve uscire dalle appartenenze ristrette, la comunità deve farsi incontro, l’autorità servizio, la cattolicità apertura.
In entrambi i casi, però, il punto di partenza e quello di arrivo coincidono: la persona. Prima dei confini, delle istituzioni e delle appartenenze «ci sono sempre le persone», ha ricordato Leone XIV. È una frase semplice che contiene forse l’intero programma. Perché se prima delle identità vengono le persone, allora nessuna politica può sacrificare l’umano alla potenza; nessuna comunità può sacrificare la persona alla propria identità; nessuna Chiesa può sacrificare la cattolicità alla propria autoreferenzialità.
Il piccolo laboratorio di buona politica immaginato sul Titano e il grande laboratorio di incontro rappresentato dal Meeting finiscono così per diventare, nella lettura di Leone XIV, due luoghi di una stessa ricerca: come costruire comunità libere senza cadere nell’individualismo, comunità unite senza cadere nell’omologazione, istituzioni forti senza trasformarle in potere, una Chiesa identitaria senza renderla una Chiesa chiusa.
È una sfida che riguarda i cattolici, ma non soltanto loro. Ed è forse proprio questa la ragione per cui, a qualche giorno dalla visita, vale la pena tornare alle parole del Papa. L’emozione passa. Le parole, quando contengono una visione, cominciano invece a lavorare.
[*Autore: Marco Margrita, Classe 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del progetto “Comunità Connesse” (e dell’omonima rivista) presso il Centro Studi “Silvio Pellico”. Opera all’interno di quest’ETS anche dirigendo Gondour Edizioni e le sue sei collane. Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d’impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell’Esecutivo nazionale del Mcl – Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d’amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Nel board del think tank torinese “Rinascimento Europeo”, è pure nel direttivo del Centro Culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri. Con Giorgio Merlo ha scritto “I Granata” (Daniela Piazza Editore) e con Danilo Careglio edito da Marcovalerio/Vita, “Fila – un sogno color granata”. | Fonte: https://strumentipolitici.it/la-liberta-la-politica-la-chiesa-la-lezione-di-leone-xiv-tra-san-marino-e-rimini/]