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“Il realismo della Speranza al tempo dell’A.I., tra Tolkien e Leone XIV” di Daniele Barale*

10 Luglio 2026

“Il realismo della Speranza al tempo dell’A.I., tra Tolkien e Leone XIV” di Daniele Barale*

Riceviamo in Redazione, e riportiamo, l’articolo a firma di Daniele Barale*

Il dibattito antropologico contemporaneo si trova a un bivio epocale, sospeso tra il fascino tecno-utopico e lo smarrimento esistenziale. È in questo scenario di radicale transizione che il magistero petrino di Leone XIV ha compiuto una scelta tolkieniana: inserire la figura del saggio istar Gandalf all’interno della sua più recente enciclica, Magnifica Humanitas, resa pubblica lo scorso 15 maggio. Attingendo alla grande letteratura mitopoietica di J.R.R. Tolkien, il Papa non ha cercato una facile nota di colore pop, ma ha voluto restituire al cristiano e all’uomo contemporaneo una preziosa bussola per orientarne l’azione al Sommo Bene. Da un lato, infatti, l’avvento di tecnologie sempre più pervasive, come l’agency artificiale, promette un controllo totale sulla realtà, spingendo verso forme di transumanesimo che pretendono di ridefinire i confini della stessa natura umana in nome dell’enhancement e della singolarità high-tech (Ray Kurzweil); dall’altro, emerge un’opacità in cui l’individuo rischia di sentirsi ridotto a mero ingranaggio di un sistema algoritmico o atomo isolato in una società globalizzata.

La citazione si trova al paragrafo 213 della lettera papale ed è frutto di un’alta operazione teologica e filosofica volta a servire cattolicamente la realtà. Quando Gandalf ricorda che «non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo», ma che il nostro compito è piuttosto quello di «fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (Il Ritorno del Re, Libro V, Capitolo IX, “L’ultima discussione”), viene inferto un colpo decisivo sia all’utopia tecnocratica sia al nichilismo.

Questa scelta si inserisce in un solco già tracciato dal magistero precedente. Già il predecessore Francesco aveva mostrato una profonda sintonia con la visione antropologica dello scrittore di Oxford. Prima ancora della sua elezione al soglio pontificio, nell’omelia di Pasqua del 2008, l’allora cardinale Bergoglio e arcivescovo di Buenos Aires aveva evocato gli Hobbit come l’archetipo dell’uomo in cammino (homo viator), figure capaci di attraversare le ombre del mondo senza lasciarsi corrompere. Una vicinanza spirituale culminata in modo solenne nella memorabile omelia della Notte di Natale del 2023. In quell’occasione, Papa Francesco aveva citato direttamente la lettera numero 43 di Tolkien – scritta al figlio Michael nel marzo del 1941 – per esaltare il valore dell’adorazione eucaristica dinanzi al «ruggire delle armi»: «Ti offro l’unica cosa grande da amare sulla terra: il Santissimo Sacramento. Lì troverai fascino, gloria, onore, fedeltà e la vera via di tutti i tuoi amori sulla terra».

Tuttavia, rispetto a Francesco, Leone XIV ha formalmente inserito un passo dell’opera più nota dello scrittore cattolico all’interno di un’enciclica, ossia un testo magisteriale di valore universale. Il fulcro di questa prospettiva risiede nel netto rifiuto delle ideologie del “perfettismo”. Il Novecento ci ha tragicamente insegnato come la pretesa di edificare la società perfetta, di dominare e incanalare “ogni marea” della storia attraverso la pianificazione assoluta, conduca inevitabilmente alla distopia e alla progettazione di inferni in terra, tra campi di concentramento e sistemi di sorveglianza totale. L’abbraccio tecnologico odierno rischia di cadere nel medesimo errore: l’illusione di poter eliminare la fragilità, il limite e l’errore umano tramite algoritmi predittivi e potenziamenti artificiali. Ma l’uomo, per rimanere tale, rivendica il proprio diritto all’irripetibilità, all’imperfezione e persino a quella sana opacità interiore che sfugge a qualsiasi misurazione digitale. Essere umani significa essere, costitutivamente, come gli Hobbit, ovvero più di ciò che sembriamo.

Il realismo cristiano non è però un invito al disimpegno o al fatalismo. Non si tratta di una fuga nostalgica in un passato idealizzato o in un mondo fantastico. Tolkien ha intessuto le sue opere di una teologia della storia in cui il cammino umano è descritto come una “lunga sconfitta” sul piano puramente terreno, ma costantemente illuminata da improvvisi barlumi di grazia e di vittoria finale (l’eucatastrofe). In questa ottica, l’azione del credente si fa “microscopica” ma così radicale da poter cambiare la storia; d’altronde, il fondatore di Comunione e Liberazione, don Luigi Giussani, asseriva che “le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”.

Se non spetta a noi arrestare il corso della storia – il cui destino ultimo è custodito dalla Provvidenza –, siamo tuttavia chiamati a governare (kybèrnesis) e incanalare i frutti della modernità nella giusta direzione, assumendoci la nostra responsabilità nei “campi che conosciamo”.

Questa militanza spirituale (Militia est vita hominis super terram, Gb 7,1) si oppone frontalmente alla logica del transumanesimo, che spesso si manifesta come sua simia. Laddove quest’ultimo cerca l’immortalità biologica e l’efficienza assoluta a scapito della dignità intrinseca della persona, il realismo cristiano propone la via della cura, del sacrificio e della vita eterna. Disarmare le derive più inquietanti dello sviluppo tecnologico non significa rifiutare il progresso scientifico, ma subordinarlo rigorosamente al primato della persona creata a immagine di Dio. La tecnica e la tecnologia devono rimanere strumenti al servizio della “magnifica umanità” e non un idolo a cui sacrificare la nostra libertà di scelta e la nostra capacità di giudizio morale.

La vera sfida che si profila per i cristiani nell’era ipertecnologica è dunque una sfida di resistenza antropologica e di rigenerazione culturale e, soprattutto, spirituale. Di fronte a tempi oscuri e drammatici, lo scambio verbale tra Frodo e lo stregone – custodito nel secondo capitolo de La Compagnia dell’Anello – risuona oggi come un appello erga omnes:

«Desidererei che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni», disse Frodo. «Anch’io», interloquì Gandalf, «come tutti d’altronde coloro che vivono in tempi come questi. Ma non spetta a loro decidere. Tutto ciò che dobbiamo decidere è cosa fare con il tempo che ci viene dato».

La Speranza, allora, non è un vago ottimismo sentimentale, bensì – per dirla con Péguy – “l’irriducibile bambina che cammina tra Fede e Carità, l’unica in grado di traversare i mondi” (Il portico del mistero della seconda virtù). È lei a impedire la resa di fronte a trasformazioni tecnologiche così pervasive da annullare ormai ogni separazione netta tra il mondo reale e quello virtuale – l’onlife di Luciano Floridi. Senza di essa, l’uomo finirebbe per dimenticare che a illuminarne dignità ed essenza non è uno degli schermi digitali di cui si circonda, ma il mistero dell’Incarnazione del Verbo, Logos increato ed eterno.

*Daniele BaraleGiornalista

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