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“Leone XIV a Lampedusa. La lezione (dimenticata) dell’umanesimo cristiano” di Marco Margrita*

14 Luglio 2026

“Leone XIV a Lampedusa. La lezione (dimenticata) dell’umanesimo cristiano” di Marco Margrita*

Riceviamo in Redazione, e riportiamo, l’articolo a firma di Marco Margrita*, pubblicato in data 7 Luglio 2026 su “www.strumentipolitici.it

Il recente viaggio di Leone XIV a Lampedusa e l’omelia pronunciata durante la celebrazione eucaristica hanno suscitato, come era prevedibile, un acceso dibattito. A colpire, tuttavia, non è tanto il dissenso – fisiologico in una società democratica – quanto la natura di molte delle critiche provenienti da un ampio arco delle destre: da quelle conservatrici a quelle populiste e sovraniste, fino ad alcune frange del tradizionalismo cattolico che hanno trasformato la legittima sensibilità per la Tradizione in una postura di contestazione permanente.

L’impressione è che, in molti casi, non sia stato compreso il testo, il suo senso e il suo contesto. Si è preferito leggere un’omelia come se fosse un programma politico, un annuncio evangelico come una piattaforma ideologica, attribuendo al Papa affermazioni che non ha mai pronunciato. Si è costruita una caricatura del suo messaggio per poterla più facilmente contestare. 

Il gesto

Ma, ancor prima delle parole, è il gesto a chiedere di essere interpretato. Nella tradizione della Chiesa i gesti dei Pontefici non sono semplici atti simbolici o iniziative di comunicazione: sono parte integrante del loro Magistero, perché rendono visibile ciò che il Vangelo annuncia. Come accadde quando Giovanni Paolo II sostò in preghiera davanti al Muro del Pianto o quando Benedetto XVI visitò Auschwitz-Birkenau, così anche la scelta di Leone XIV di recarsi a Lampedusa costituisce già un messaggio.

Lampedusa non è un luogo qualsiasi. È la frontiera dove si intrecciano speranza e disperazione, salvezza e morte, accoglienza e paura. È il luogo in cui il Mediterraneo, culla di civiltà, mostra anche le ferite del nostro tempo. Andarvi non significa prendere posizione a favore dell’immigrazione irregolare, ma scegliere di stare laddove la sofferenza umana interpella più direttamente la coscienza. È un gesto evangelico prima che politico, perché il cristianesimo non comincia dalle soluzioni tecniche ma dall’incontro con il volto concreto dell’altro.

La chiave di lettura

Questa è la chiave per comprendere anche l’omelia. Leone XIV non parla come un legislatore né come un leader di partito. Parla come il Successore di Pietro. Per questo richiama la parabola del Buon Samaritano, ricordando che l’incontro con chi soffre viene «prima di qualunque considerazione intellettuale e convinzione ideologica». È probabilmente la frase decisiva dell’intera omelia. Essa basterebbe, da sola, a smentire gran parte delle polemiche.

Il Papa non invita ad abolire i confini, non contesta il diritto degli Stati a regolare gli ingressi, non propone un’accoglienza indiscriminata. Egli ricorda semplicemente che ogni riflessione politica, per essere autenticamente umana, deve partire dalla persona e non dalle categorie ideologiche. Prima delle statistiche, dei programmi di governo e delle campagne elettorali, c’è un uomo ferito sul ciglio della strada. Questa non è una teoria politica: è il cuore del Vangelo. 

Manifesto immigrazionista?

Per questo è un errore leggere l’omelia come un manifesto immigrazionista. Chi lo fa dimostra, ancora una volta, di non aver compreso il testo, il suo senso e il suo contesto.

Il Papa, del resto, non ignora affatto la complessità del fenomeno migratorio. Al contrario, richiama la necessità di affrontarne le cause profonde. Guerre, persecuzioni, povertà, disuguaglianze, sfruttamento, crisi ambientali e instabilità politica costringono milioni di persone a lasciare la propria terra. La vera risposta, suggerisce Leone XIV, non consiste nel limitarsi a gestire le conseguenze, ma nel rimuovere le ragioni che trasformano la migrazione in una necessità drammatica. È una prospettiva di lungo periodo che richiede cooperazione internazionale, responsabilità condivisa e autentica lungimiranza politica.

Allo stesso modo, l’omelia non rimuove il tema della legalità. Governare i flussi migratori è un diritto e un dovere degli Stati. Contrastare i trafficanti di esseri umani, garantire la sicurezza delle comunità, programmare gli ingressi e promuovere percorsi di integrazione sostenibili appartiene alla responsabilità della politica. Nulla, nelle parole di Leone XIV, autorizza a pensare il contrario. 

La deriva

Ciò che il Papa contesta è un’altra deriva: quella che riduce le persone a numeri, emergenze permanenti o strumenti di propaganda. Egli invita a non perdere mai il volto concreto dell’uomo. Per il cristiano, infatti, nessuno cessa di essere persona attraversando una frontiera.

Particolarmente significativa è poi l’insistenza sulla memoria. Leone XIV invita a ricordare quanti hanno perso la vita nel Mediterraneo. Non si tratta di un richiamo sentimentale, ma di un’esigenza morale. Una civiltà che dimentica i propri morti rischia di perdere progressivamente anche la capacità di riconoscere i vivi. Custodire la memoria delle vittime non significa rinunciare al governo delle migrazioni; significa impedire che l’abitudine renda normale ciò che normale non potrà mai essere.

Questa prospettiva appartiene da sempre alla tradizione della Chiesa. Il Magistero ha sempre affermato insieme due principi complementari: il diritto degli Stati a governare i fenomeni migratori e il dovere morale di riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona. Leone XIV non introduce alcuna novità dottrinale; riafferma un insegnamento costante, applicandolo a una delle grandi questioni del nostro tempo.

Quella troppo abusata accusa di cedimento ideologico

Per questo sorprendono le critiche di alcuni ambienti del tradizionalismo cattolico. Nel tentativo di difendere una presunta ortodossia, finiscono per mettere in discussione proprio uno degli elementi più consolidati della Dottrina Sociale della Chiesa. È un paradosso evidente: si proclama fedeltà alla Tradizione, ma si accoglie il Magistero soltanto quando conferma convinzioni già maturate sul piano politico. Quando, invece, richiama aspetti esigenti del Vangelo, esso viene liquidato come cedimento ideologico.

La Tradizione cattolica, però, non funziona così. Essa non consiste nella selezione dei pronunciamenti pontifici più graditi, ma nella continuità di un Magistero vivente che attraversa i pontificati. La Chiesa non piega il Vangelo alle categorie della  politica; è la politica, per il credente, a doversi continuamente lasciare interrogare dal Vangelo.

Anche la storia contribuisce a smontare molte semplificazioni. Le migrazioni non sono una patologia della contemporaneità, ma una costante della vicenda umana. Popoli, nazioni e civiltà sono nati attraverso incontri, spostamenti, integrazioni e contaminazioni. Lo stesso Mediterraneo, evocato da Leone XIV, è stato per millenni una straordinaria via di comunicazione fra culture diverse. Riconoscere questo dato non significa negare il diritto di regolare i flussi migratori, ma evitare di costruire identità immaginarie, fondate sull’illusione di una purezza storicamente inesistente.

Oltre la questione migratoria

Il viaggio di Leone XIV a Lampedusa, allora, assume un significato che supera la stessa questione migratoria. È un richiamo all’Europa perché ritrovi la propria coscienza umanistica e cristiana. Non propone ricette amministrative, perché non è questo il compito del Papa. Ricorda, però, il criterio senza il quale ogni politica rischia di perdere la propria anima: la dignità assoluta della persona. 

Per questo il gesto precede le parole e ne costituisce la migliore interpretazione. Il Papa si reca là dove l’umanità è ferita per ricordare che nessuna ragione di Stato, nessuna strategia politica e nessuna legittima esigenza di sicurezza possono cancellare il volto concreto dell’uomo.

La costruzione di “ponti”

La vera alternativa, allora, non è tra frontiere aperte e muri invalicabili. I muri possono anche avere una funzione materiale, ma quando diventano una categoria culturale finiscono per rinchiudere anzitutto chi li costruisce. I ponti, invece, non sono il simbolo dell’ingenuità. Sono opere solide, progettate con rigore, sorrette da pilastri robusti. Collegano senza confondere, uniscono senza annullare le differenze, rendono possibile l’incontro senza dissolvere le identità.

È questa, in fondo, la lezione di Lampedusa. Non abbattere ogni confine, né innalzare muri ideologici. Costruire, piuttosto, ragionevoli ponti: tra sicurezza e solidarietà, tra responsabilità politica e misericordia, tra realismo e speranza. È un messaggio che non riguarda soltanto i credenti, ma chiunque voglia custodire il primato dell’umano in una stagione in cui troppo spesso il rumore delle ideologie copre la voce delle persone.

*Marco MargritaClasse 1977, giornalista e consulente nel settore della comunicazione. Direttore del progetto “Comunità Connesse” (e dell’omonima rivista) presso il Centro Studi “Silvio Pellico”. Opera all’interno di quest’ETS anche dirigendo Gondour Edizioni e le sue sei collane. Collabora con diverse testate nazionali (tra cui Tempi) e locali. Ha lavorato per Pubbliche Amministrazioni, realtà d’impresa e del Terzo settore. Presidente regionale piemontese e componente dell’Esecutivo nazionale del Mcl – Movimento Cristiano Lavoratori. Consigliere d’amministrazione della Fondazione Italiana Europa Popolare e Componente del Comitato Scientifico della Fondazione De Gasperi. Nel board del think tank torinese “Rinascimento Europeo”, è pure nel direttivo del Centro Culturale San Francesco del Carlo Alberto di Moncalieri. Con Giorgio Merlo ha scritto “I Granata” (Daniela Piazza Editore) e con Danilo Careglio edito da Marcovalerio/Vita, “Fila – un sogno color granata”.

[Fonte: https://strumentipolitici.it/leone-xiv-a-lampedusa-la-lezione-dimenticata-dellumanesimo-cristiano/]

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