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“Tra proporzionalità e vuoto di tutela: le implicazioni etico-giuridiche della vicenda Roggero” di Daniele Barale

27 Luglio 2026

“Tra proporzionalità e vuoto di tutela: le implicazioni etico-giuridiche della vicenda Roggero” di Daniele Barale

La condanna del gioielliere cuneese Mario Roggero ha riaperto una ferita mai rimarginata nel Paese, imponendo una riflessione che non può esaurirsi nelle aule di tribunale: quando lo Stato non riesce a garantire la sicurezza capillare nei territori, fino a che punto si può pretendere che il cittadino aggredito mantenga la lucidità di un giurista?

​Dal punto di vista della cultura giuridica italiana, la vicenda Roggero è la spia di un cortocircuito istituzionale, ossia del “monopolio della forza” da parte dello Stato. Esso regge solo se lo Stato stesso è in grado di proteggere la vita e il frutto del lavoro dei propri cittadini. Quando la delinquenza diffusa percepisce l’impunità e le comunità si sentono abbandonate, la legittima difesa smette di essere una speculazione teorica e diventa una necessità di sopravvivenza d’impresa e personale. Per la destra di governo, la priorità resta quella di tutelare sempre la vittima originale rispetto all’aggressore, evitando che chi subisce il reato finisca per essere doppiamente punito dalle istituzioni.

​Al tempo stesso, il confronto con il pensiero sociale e la dottrina della Chiesa Cattolica arricchisce la discussione di una dimensione etica ineludibile. La riflessione cristiana sul principio di proporzionalità e sul V capitolo del Catechismo riconosce pienamente il diritto — e in certi casi il dovere verso la propria famiglia e i propri dipendenti — di difendere la vita e i propri beni contro un’aggressione ingiusta. Tuttavia, la dottrina traccia una linea netta tra la legittima difesa (volta a bloccare un pericolo imminente) e la vendetta o la giustizia “fai-da-te”, ricordando che la vita umana conserva una sacralità che neppure il crimine può cancellare del tutto.

Il vero nodo legislativo, culturale e morale, dunque, non è celebrare la giungla o trasformare tutti in sceriffi, bensì interrogarsi su come la legge debba interpretare la proporzionalità. Serve una norma che tenga conto dello stato psicologico e dell’alterazione emotiva di chi subisce la violenza: un diritto reale a difendersi non nasce dal disprezzo per la legge, ma dal bisogno disperato di ripristinare la sicurezza laddove lo Stato ha lasciato un vuoto, a maggior ragione in questo periodo storico, in cui il tasso di criminalità è oggettivamente aumentato.

 

​🔑 Le parole chiave della difesa e della giustizia

​Diritto alla Difesa vs Stato Assente: il principio conservatore secondo cui il cittadino operoso ha il diritto di proteggere la propria vita e il proprio lavoro. Se lo Stato viene meno al suo patto fondativo — garantire la sicurezza contro la criminalità diffusa — non può poi accanirsi con severità astratta contro chi si è trovato costretto a reagire.

​Proporzionalità e Stato d’Animo: la necessità di riformare il concetto giuridico di proporzionalità tra offesa e difesa, tenendo conto dell’estrema pressione psicologica e del terrore provato dalla vittima durante e subito dopo l’aggressione, superando il giudizio “a tavolino” a fatti avvenuti.

Il punto di equilibrio del Pensiero Cattolico: la difesa di sé e dei propri cari è un dovere di giustizia e di carità verso chi si deve proteggere, ma deve rimanere distinta dal desiderio di punizione autonoma, affidando alla giustizia pubblica e non al singolo il compito di comminare le pene.

​La Centralità del Lavoro e della Sicurezza: la sicurezza non è un “privilegio”, ma il presupposto fondamentale di ogni libertà economica e civile. Senza certezza della pena per i delinquenti, si sgretola la fiducia delle piccole imprese e delle comunità locali nello Stato.


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